Stemma Gonnosfanadiga

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Perd'e Pibera

BREVE STORIA DELLA MINIERA

(A CURA DI A. TOMASI)

1 - LE ORIGINI

1 - Le origini

Nell’«Archivio Storico Comunale d’Iglesias», nel settore “Lavoro minerario”, si possono trovare molte notizie e materiale documentario per ricostruire e studiare, con precisione sufficiente, vicende e dati che riguardano anche la miniera di “Perd’e Pibera”. Questo è possibile, benché molti documenti siano andati perduti quando, nel 1971, le diverse società minerarie dell’isola passarono sotto la gestione delle Partecipazioni Statali. L’ente dello stato non riteneva abbastanza importante ai suoi fini l’insieme dei documenti e, spesso, preferì buttare quelle carte nei bacini di decantazione, umide e piene d’acqua. Lì si distrussero in breve tempo, cancellando così parte della memoria storica di molte miniere sarde e del Sulcis-Iglesiente.

Nondimeno, scavando nei depositi dell’archivio alla ricerca delle radici economiche, sociali, storiche e naturali dei diversi “comprensori” minerari, si possono trovare utilissime indicazioni sia con riferimento al passato, sia preziose indicazioni per l’avvenire.

Una delle prime notizie documentate su “Perd’e Libera”, la racconta il signor Enrico Casti nel suo libro “Gonnos e dintorni”, alle pagine 230-231. Ci descrive come avveniva l’assegnazione ai privati da parte del Comune dei grandi lotti di montagna. Una di queste vendite avvenne il maggio del 1870 nel Monte Granitico. Riguardò l’assegnazione del lotto n. 11 di Perd’e Pibera a beneficio del possidente Salvatore Ollosu.

Nello stesso anno in cui capitava questa compravendita, esistevano pochissime concessioni minerarie nel Comune. Già, però, si era interessato del territorio l’ingegnere e imprenditore francese Leon Goüin. Dirigeva la “Sociétè du Rio Ollàstu”. Fu in lite con la “Società di Lanusei”, cercando di sottrarle il controllo dei ricchi guadagni della coltivazione e gli abbondanti giacimenti argentiferi. Operò sui monti di Buggerru, a Malfidano, e v’introdusse, dopo il 1872, la perforazione ad aria compressa. Tra il 1869 e il 1872, nelle valli d’Oridda e Marganai, a Malacalzetta e Monte Novo, presso la “Fossa Muccini”, trovò antichi scavi e giacimenti ancora economicamente coltivabili e remunerativi.  Per conto della Società francese Petin Gaudet, s’iniziarono i lavori di costruzione di una ferrovia dai cantieri verso gli scavi per portare i minerali in una modesta e primitiva laveria meccanica. Goüin gestiva anche una fiorente azienda agricola a San Leone, nei dintorni di Capoterra, e tuttora porta il suo nome il vasto giacimento di magnetite, di cui comprese la grande importanza e ricchezza, presso la località di “Punta Stiddiosa” e “Aingiu Mannu”.  Il Goüin, che esaminò con attenzione l’aspetto geologico delle montagne di Gonnos, possedeva capitali adeguati e attitudini imprenditoriali notevoli. Queste sue qualità gli consentirono,contemporaneamente, di sviluppare le ricerche a “San Benedetto”, a “Monte Novo” e a “Malacalzetta”; e di lavorare alacremente, quindi, anche nella regione di “Fenugu-Sibiri”. La concessione per le indagini minerarie apparteneva ad un farmacista di Guspini. Vi cercava minerali ferrosi, blenda. Le tracce di blenda e di galena, tuttavia, abbondanti a Montevecchio e Ingurtosu, da quelle parti non si rivelarono né considerevoli né importanti.

Leon Goüin trovò invece a “Perd’e Pibera”, in quantità notevole, un solfuro abbastanza raro, la molibdenite, che allora era un minerale ad alto valore strategico ed era quasi unico in Italia.

Circa il lato umano e sociale, oltre che gli interessi d’imprenditore, è interessante questa lettera di Leon Goüin su diversi aspetti nelle miniere dell’Iglesiente attorno al 1882. La lettera (tratta dall’Archivio Centrale dello Stato), è indirizzata al prefetto Bardari.

Cagliari, 11 dicembre 1882

Onorevole sig. Commendatore Bardari - Cagliari

Signore,

Nella penultima visita che ho avuto l’onore di farLe, parlando della crisi attuale Ella aveva manifestato il desiderio di sapere approssimativamente quan­t’isolani erano impiegati nelle miniere in Sardegna: ecco cosa ho potuto raccogliere, non senza durare qualche difficoltà, per il Circondario d’Iglesias.

Questo quadro non è completo perché manca tutta la parte delle miniere del Sarrabus e Capo Nord, ma fra sardi e forestieri la proporzione è press’a poco la stessa, cioè circa due terzi sardi, qualche volta molto di più. Salvo la Società Malfidano di Buggerru, che impiega un numero maggiore di continentali.

La mano d’opera del paese predominerà tra breve nelle miniere che potranno rimanere in piedi. Il corso dei metalli essendo talmente avvilito che non si può dare ai forestieri la mercede che meritano in generale, di più si prova di lavorare tutto l’anno, ciò che non si può fare che con isolani. Invece le lavorazioni di carbone e di legnami sono tutte in mano dei forestieri, nessun sardo essendosi sin ora dedicato a simili lavori, lavori che domandano una vita ingratissima e l’obbligazione di vivere in foresta ed essere lontano dalla famiglia per alcuni mesi. Queste lavorazioni occupano un gran numero d’uomini e cavalli, e avrebbero potuto essere in gran parte il risorgimento della Sardegna se ci fosse stata un’amministrazione forestale degna di questo nome. Parlo però delle cose antiche. Dio liberi di parlare del presente.

Giova inoltre osservare che il forestiere, di qualunque nazionalità che sia, attecchisce poco in Sardegna. Molti vengono, pochi si stabiliscono, e ciò in tutte le classi della società, il perché è cosa lunga da spiegare ed è giusto il contrario di ciò che succede in Algeria e in Tunisi.

N.B. Gli operai sardi minatori aumentano d’anno in anno per le ragioni di cui sopra. Tutti i lavori di poca fatica e principalmente la preparazione (lavaggio) dei minerali sono in mano dei sardi, uomini, donne e ragazzi. I trasporti per terra sono fatti dai sardi.

Gradisca, Signore, l’assicurazione della mia più distinta considerazione e rispetti

L. Goüin

I minatori, secondo i calcoli del Goüin, nell’Iglesiente erano complessivamente 9.780, dei quali 6229 sardi e 3.571 forestieri.

2 - La fase transitoria dal 1870 al 1918

Prima dell’ingegner Leon Goüin, l’esploratore e geologo Alberto Della Marmora (1789-1863) aveva percorso la zona del Linas. Il massiccio granitico della catena del Monte costituiva un elemento importante nella genesi di molti giacimenti minerari, che attorno ai suoi rilievi avrebbe dato vita a numerose miniere. Tra queste, Montevecchio e Ingurtosu sul versante occidentale, mentre su quello di Gonnos non erano stati rinvenuti corpi mineralizzati altrettanto notevoli. Gli studi di Della La Marmora, che aveva esplorato la Sardegna come nessuno aveva fatto pri­ma, nei suoi “Iti­nerari dell’isola di Sardegna” (1860), non dedicano che qualche pagina alle miniere del Guspinese e al loro sfruttamento. Lo guidavano piuttosto interessi geologici, storici e archeologici. Parla di Gonnos come di un villaggio di certa importanza. Ne descrive il percorso che lo condusse a “Punta’e sa Perda’e sa Mesa”. Salì sui versanti scoscesi della montagna selvaggia da cui lo sguardo, nelle giornate limpide – egli diceva - poteva spaziare fino a “Porto Conte” d’Alghero. Le notizie non so­no numerose. Particolarmente interessante per lui è però la preoccupazione che lo sfruttamento delle miniere avrebbe causato gravi danni all’ambiente naturale. Nella vallata d’Oridda si scoprì un ricco filone di calamina. La società dei Modigliani, che aveva ottenuto da poco la privativa per lo sfruttamento, si ap­prestava a distruggere gli alberi per ricavarne legna da ardere, traversine per ponteggi e per armare gli scavi minerari. Presto la stupenda vallata, ombreg­giata da lecci e sugheri secolari, con macchie di lentisco, di corbezzolo, ricca di caccia, sarebbe stata ridotta ad un deserto. La Marmora individuava e classificava il Linas di Gonnos in un complesso paleozoico di granito durissimo tra i più antichi della Sardegna, appartenente al silurico-devonico di 440/360 milioni d’anni.

Nei decenni successivi al 1870 non c’è per ora, purtroppo, documentazione e carteggio sufficienti per stabilire con certezza la storia dei passaggi della concessione di “Perd’e Pibera”. Probabilmente ne hanno ricche tracce documentarie gli archivi della Direzione della Società Cogne in Valle D’Aosta, dell’ex azienda di stato AMMI, dell’Ansaldo e dell’imprenditore R. Buzzo; o, anche, negli atti notarili e nelle scritture testamentarie di famiglie gonnesi.

Si può dire, per ora, che la vicenda della miniera si confonde con le turbinose peripezie dell’onnipresente affarista Leon Goüin e degli imprenditori nazionali, ma soprattutto europei, che si contendevano il mercato delle ricerche minerarie in Sardegna.

Dopo il 1870 Leon Goüin era consu­lente e rappresentante di varie so­cietà minerarie, e possedeva permessi su diverse miniere con il simultaneo assenso dei proprietari del soprassuolo. Era in contatto con un teologo, un sacerdote intestatario d’altri dodici permessi di ricerca. Lo stesso sacerdote aveva da qualche tempo abbandona­to la tonaca per svolgere la lucrosa professione di compratore e rivenditore di conces­sioni minerarie.

Leon Goüin con le sue molte iniziative, determinò notevoli trasformazioni nella società rurale dell’area iglesiente e arburese-guspinese. I ricercatori improvvisati del distretto miravano a risultati limitati. L’obiet­tivo non era quello di procedere ad un reale sfruttamento delle miniere ma di avviarne la coltivazione, porre in evi­denza la consistenza del filone e cercare di venderla a terzi, investendo il ricavato per conquistare una posizione egemonica nella comunità rurale di residenza. Probabilmente, qualcosa di simile è avvenuto anche per “Perd’e Pibera”. Scelte diverse non sa­rebbero state possibili perché, ad eccezione di qualche raro imprenditore del luogo, la maggior parte non aveva né la competenza né i capitali necessari per gestire una vera impresa mineraria.

L’ingegner Leon Goüin in quegli stessi anni afferma, nel suo libro “Notices sur les mines de l’ile de Sardaigne (Notizie sulle miniere dell’isola di Sardegna)”: «Il sardo comincia a diventare minatore in alcuni distretti, ad Iglesias, a Guspini, ecc., ma è inadeguato in forze e capacità imprenditoriale; inoltre, difficilmente abbandona il suo villaggio natale ed è eccessivamente portato a celebrare tutte le feste del calendario; per il resto è disciplinato e assai sottomesso [...] I sardi hanno generalmente un buon successo nelle attività che non richiedono un grande sforzo fisico né molta assiduità, e però, se li si assume giovani, si ha molto da sperare sulla loro intelligenza e perspicacia».

Anche nella nota relazione di Quinti­no Sella sulle miniere sarde del 1871, si sostiene che circa un quarto degli addetti proveni­va in quegli anni dal continente: ai minatori toscani, piemontesi e bergamaschi erano affidati i lavori che richiedevano capacità e senso di responsabilità, mentre al bracciante della zona restavano le incombenze più faticose e meno qualificate.

A questo riguardo, pure l’ingegnere Eugenio Marchese nel suo “Cenno sulle ricchezze minerali dell’isola di Sarde­gna” del 1862 così scrive esprimendo un simile punto di vista: «L’opera­io sardo, uso a cibarsi molto parca­mente, e non avente lunga abitudine d’esercizi continuati di forza musco­lare, non possiede, nell’opera faticosa del minatore, la costanza dell’operaio continentale e non riesce a compiere la stessa quantità di lavo­ro, il qual fatto apparisce chiaramente nei lavori a cottimo, nei quali lo stimolo del guadagno spinge l’operaio continentale ad un lavoro continuato ed eccessivo, ciò che non succede nell’operaio isolano».

E’ solo dopo il 1918 che iniziarono veri e propri lavori di ricerca sistematica a Perd'e Pibera. Questi confermarono la presenza del maggior giacimento italiano di molibdeno misto a notevoli quantità di nichel e cobalto. Suscitarono molto interesse e nel 1925 si ripresero le ricerche ad opera della ditta G. Ansaldo, sicura di poterli vendere ai produttori siderurgici o a quelli di prodotti chimici e lubrificanti della penisola.

3 - La fase dell’incertezza e dell’avvìo tra il 1918 e il 1936

Quando in Sardegna, tra il 1860 e il 1890, giunsero i maggiori rappresentanti dell’ari­stocrazia tecnica e mineraria dell’Europa, attuarono una classificazione dei più importanti giacimenti e acquistarono i più ricchi per gestirli in pro­prio, o in compartecipazione con so­cietà nazionali ed estere. Spesso, do­po aver avviato la produzione, li cedettero ricavandone fortissimi gua­dagni, anche per il solo approvvigiona­mento del legname dei boschi. Allo stesso Leon Goüin, nel 1872, fu pagato un milione di franchi francesi dalla società «Vieille Mon­tagne» per la mi­niera di San Benedetto.

Le società di «Petin, Pion e L. Goüin» vendettero alla «Vieille Montagne» altre miniere dell’Iglesiente e dell’Arburese-Guspinese. Inoltre, questa società belga prese in affitto dalla «The Marganai Fo­rest and Mining Company» altre due concessioni assai produttive. Leon Goüin e i suoi compagni d’affari tendevano quindi a sbarazzarsi delle concessioni del Sulcis-Iglesiente e del Guspinese, per concentrare l’attenzione e gli interessi sulle calamine e gli ammassi di magnetite di Capoterra. E’ perciò assai probabile che dopo il 1872 il Goüin trasferì e rivendette la concessione di “Perd’e Pibera” ad altri (forse alla stessa società belga «Vieille Montagne») fra le decine di lucrose compravendite che egli realizzò per conto proprio o d’altri imprenditori. Fin dal 1861 i suoi maggiori interessi, di fatto, si concentravano sui minerali ferrosi di San Leone, che da lui prese il nome, dove, per conto della società metallurgica “Petin Gaudet”, di cui era direttore, il 2 maggio 1865 aveva fatto inaugurare in Sardegna, con una splendida festa e una sferragliante piccola locomotiva, anche il primo tronco di una ferrovia privata a scartamento ridotto di 15 Km, percorso in alcune ore, per il trasporto dei minerali da Capoterra al pontile di imbarco, nel porticciolo di Maddalena Spiaggia e del porto di Cagliari. Fu un fatto di grande importanza perché si dava inizio alla storia ferroviaria in Sardegna e allo sfruttamento, su scala industriale, dei giacimenti minerari.

Negli anni immediatamente precedenti e successivi alla Grande Guerra del 1915-1918, subentrò la Ditta “Giovanni Ansaldo”. Questa, soprattutto dopo il 1925, e fino alla crisi della Borsa di New York del 24 ottobre 1929 che determinò il crollo dell’economia americana e l’espansione della crisi nel resto del mondo, intensificò le ricerche mettendo in luce alcuni altri importanti filoni: quelli di “Carta Farraceus”, di “Canali Sermentus” e “Traverso-Banco Ribasso”, a quota 414.

Neppure i tentativi della Ditta “Ansaldo” riuscirono, però, a far decollare e a sollevare le sorti e il futuro della miniera di “Perd’e Pibera”. I problemi erano dovuti agli elevati costi di trasporto verso i centri siderurgici del continente e alla durezza del granito in cui era incassata la molibdenite, che logorava in breve tempo le macchine e le attrezzature dei 30-40 operai che vi lavoravano. Alla Ditta dell’industriale Ansaldo, in ogni modo, spetta il merito d’aver avviato concretamente le coltivazioni principali delle due gallerie più importanti e note, quelle chiamate, in un secondo tempo, “Galleria Sanna Superiore” e “Galleria Porru”, principale via d’accesso al sottosuolo della miniera. La prima, ancora oggi, è utilizzata per la raccolta dell’acqua e incanalata, verso la fine degli anni Sessanta, al serbatoio di “Collineddas”, sul colle della “Scalinata” e di San Simeone; e l’altra, il ribasso “Porru” è antistante alla laveria, che pochi anni fa è stata avviata alla ristrutturazione e che tutti quanti noi, frequentatori di “Perd’e Pibera”, conosciamo per la colonna d’aria fresca che s’incanala verso il piazzale alberato all’esterno, di fronte ai caseggiati riorganizzati e restaurati della “Forestale” e della laveria.

Nel 1929, per decreto delle autorità del Regno e del giudice, la concessione della “Ditta Giovanni Ansaldo” decadde.

La crisi mondiale della Borsa di New York e le antipatie dei vertici politici del regime Fascista, che frattanto si andava consolidando, nei confronti della società genovese, portarono alla revoca del permesso e alla successiva assegnazione ad un altro imprenditore, Raul Buzzo. Questo ricercatore era un semplice e modesto impresario, autonomo e con pochi mezzi. Aveva usufruito, tuttavia, dell’autorizzazione della pubblica amministrazione del Regno per lo sviluppo della coltivazione mineraria a “Perd’e Pibera”. Chie­se la concessione per giacimenti di minerali di piombo, zinco, ni­chel e molibdeno. L’assenza del piombo, dell’argento e di calamina, ave­va attirato, nei tempi passati, solo l’”Ansaldo”. Le altre grandi società mi­nerarie italiane ed estere, in questa zona accidentata del Monte Linas, non vedevano, con la coltivazione della sola molibdenite, ingenti interessi e importanti guadagni. Lo stesso Leon Goüin, come si diceva più sopra, rivendette l’autorizzazione. I suoi tornaconti si volgevano verso attività più immediatamente remunerative, e per le quali aveva maturato una grand’esperienza fin dagli anni in cui aveva lavorato alla miniera di Malfidano in Buggerru.

Raul Buzzo poté valutare la consistenza del giacimento in oltre 150.000 tonnellate di molibdeno; ma i dirigenti statali del Regno non presero in considerazione, intenzionalmente, queste stime. Si decise di revocare anche a lui la concessione sui diritti di sfruttamento. Probabilmente quanto accadde non fu involontario e casuale: il valore della miniera appariva dato per certo, ma probabilmente ad altri, nella politica del regime fascista che si avviava verso l’autarchia e verso la guerra, doveva spettare il compito di sfruttarlo. Fu, tuttavia, “La Società Nazionale Cogne”, con sede a Torino e specializzata nella produzione di metalli rari, utilizzati soprat­tutto per la produzione di acciai a elevata resistenza, che si aggiudicò tali diritti. Con Decreto Ministeriale del primo dicembre 1936, riuscì a battere le prepotenti sollecitazioni dell’azienda di stato, l’AMMI e a farsi affidare una concessione temporanea denominata “Riu Planu Is Castangias, o Perd’E Pibera”, con scadenza fissata, per convenzione, al primo dicembre 1966.

4 - La Società “COGNE” tra il 1936 e il 1952

Il contratto di concessione temporanea dello Stato alla “Società Nazionale Cogne” per la miniera di “Perd’e Pibera”, accordato con Decreto Ministeriale del primo dicembre 1936, fu registrato alla Corte dei Conti il diciassette dello stesso mese. Negli anni Trenta, verso la località si concentrarono i rilevanti interessi degli imprenditori minerari, perché la molibdenite aveva un importante valore economico e strategico. Il solfuro del me­tallo era utilizzato in molte leghe e per prodotti lubrificanti. Nel resto d’Italia era assai raro e perciò di grande interesse per le indu­strie, che erano condizionate dalla scarsità di minerali sia a causa del sistema au­tarchico imposto dal fascismo, sia dall’isolamento internazionale dell’Italia in campo economico.

La reggenza precedente di Raul Buzzo, e quella successiva dell’”Ansaldo”, aveva avuto il merito di aver rilevato le sei vene principali di molibdeno, alle diverse quote. Eccone, col nome, un elenco:

Traverso Banco Ribasso Porru e T. B. Est Porru;

Galleria Carta;

Galleria Farracéus;

Traverso Banco Principale Sanna e T. B. IIº Est Sanna;

Galleria Superiore;

Galleria Serméntus.

Il reticolo di gallerie, pozzetti e fornelli di aerazione erano stati già in parte scavati durante la reggenza del Buzzo.  I suoi tecnici avevano rilevato e valutato le sei vene ricche di molibdenite. Lo sviluppo e l’andamento dei filoni erano abbastanza regolari. La molibdenite si trovava, però, incassata in granito troppo compatto e duro. Le spese di trasporto, di manutenzione delle macchine, la tecnologia un po’ troppo arretrata, la mancanza di una laveria adeguata per una prima lavorazione in loco, portarono le autorità a recedere e ad annullare il contratto con i due imprenditori. Nonostante questi inconvenienti la Cogne, subito dopo la concessione del 1936, decise importanti investimenti e costruì un moderno impianto di flottazione a breve distanza dal Ribasso Porru. Questa era la galleria d’accesso più importante al sottosuolo. Fra il 1936 e il 1938, in tempi brevi, fu elevato l’edificio in cemento armato che poté alloggiare i macchinari. Nel nuovo impianto di trattamento, al posto degli antiquati sistemi di lavaggio delle gestioni Ansaldo e Buzzo, i complicati ingra­naggi erano mossi da una motrice a nafta con una potenza di 70 cavalli. Solo successivamente, a guerra iniziata, fu portata la corrente elettrica. Il complesso edilizio per la flottazione, con i due grandi bacini di decantazione che raccoglievano l’acqua, sorse vicino alla galleria principale, il ribasso Porru. Da qui il materiale, assai povero in molibdenite, per mezzo di un breve tratto di binari attraversava il ponticello che ancora si vede e giungeva all’”imbuto” di scarico della laveria. In quegli stessi anni, furono costruite anche le altre strutture del villaggio minerario e gli immobili. Non distante fu edificato un pri­mo nucleo di officine, mense e case per i minatori e i dirigenti. Il piccolo villaggio si trova in uno degli angoli meglio conservati, dal punto di vista ambientale, dell’imponente massiccio granitico di M. Linas. La miniera è situata sul fondo di una valle in cui predominano le formazioni geologiche dell’Ordoviciano Superiore e del Siluriano ed è dominata dai versanti nord-orientali dalla seconda cima del Linas, Punta Cammedda. Si trattava di edifici semplici, privi di quegli elementi architettonici tipici delle costruzioni minerarie ottocentesche che si possono ammirare invece a Ingurtosu e a Montevecchio e che richiamano anche architetture costruttive del nord Europa.A sinistra come si entra nella miniera, c’è l’edificio che ospitava gli uffici tecnici e amministrativi. Negli anni ’70 e ’80 questo caseggiato diede origine ad una lunga vertenza tra il Comune e il signor Raimondo Lecca, deceduto da alcuni anni, il quale, in qualche modo, ne vantava la proprietà o un suo diritto, per una convenzione o concessione della Regione sarda. Il signor R. Lecca intendeva sfruttare il locale a scopo turistico, o simile. L’ultima costruzione, “la palazzina”, è più in alto, a monte, sulla destra. E’ completamente immersa nel verde e la s’incontra dopo avere percorso alcune centinaia di metri in salita. Era destinata a residenza dei direttori della miniera che vi si succedettero. E’ completamente circondata da una fitta e magnifica foresta di lecci e altre piante introdotte successivamente dall’ente foreste. Oggi, dal punto di vista boschivo, questo canalone rappresenta uno tra gli angoli più suggestivi e meglio conservati del versante settentrionale del Monte Linas. Nelle vicinanze sono ancora visibili le discariche, gli scavi e gli accumuli del grezzo sterile e dei fanghi di lavorazione che deturparono e compromisero in parte il manto boschivo. Tuttavia la “Società Cogne” si preoccupò anche di preservare il verde introducendo, lungo il corso e il greto del torrente che attraversa “Perd’e Pibera”, l’acacia, pianta, in ogni modo, piuttosto estranea all’ambiente.

Nel 1938 con 100 minatori impegnati nel lavoro in galleria e 40 nelle fasi del trattamento, si producevano ogni giorno 250 chili di molibdenite quasi pura. Questi valori erano destinati però a diminuire sensibilmente negli anni che seguirono. Con oltre quattro­cento minatori, nel 1941, i lavori si concentrarono su diversi filoni, raramente più spessi di dieci centimetri, incassati nel quarzo compatissimo. Con una pro­duzione di due quintali e mezzo il giorno la miniera funzionò a pieno regime fino al 1943, quan­do una parte dei nuovi macchi­nari, ordinati per aumentare il rendimento dell’impianto, furo­no perduti nell’affondamento del piroscafo che li trasportava. Dopo il 1943 non furono ripresi i lavori e nel 1952 la Cogne rinunciò ai diritti sulla miniera, il cui sfruttamento poteva ritener­si utile solo se inserito nella drammatica fase che precedette la seconda guerra mondiale. Cominciava la crisi definitiva della miniera.

Le trattative tra il Comune di Gonnosfanadiga e la Cogne furono lunghe e laboriose e, come vedremo nella prossima puntata, si conclusero soltanto nel 1962.

5 - La lunga trattattiva del Comune di Gonnos con la Società “COGNE” tra il 1952 e il 1962

Il sindaco Cav. Oreste Cadeddu, che era nato a Solarussa l’11 marzo 1911, accompagnato dall’allora segretario comunale signor Manca e dall’esperto minerario signor Francesco Piras, in Via San Quintino, a Torino, concludeva, il 27 novembre del 1962, il lungo processo di riappropriazione del territorio della Miniera di Perd’e Pibera, con l’ingegner Attilio Trasino, che agiva per conto e per delega della Società Nazionale Cogne. Il Comitato direttivo della società, aveva deliberato la vendita della Miniera, territorio e immobili, per il costo simbolico di lire mille, a vantaggio del Comune di Gonnosfanadiga. Il consiglio del 22 marzo 1959, si svolse presso la sede sociale della Cogne, in Via San Quintino, a Torino. Queste notizie sono riportate nel libro dei verbali della riunione; e sono precisate e chiarite nel reperto notarile 25256/19706 dal notaio Guglielmo Teppati, a Torino, il 27 giugno 1960. La Società Nazionale Cogne registra l’atto di vendita a rogito, in Aosta, lo stesso giorno 27 novembre. Avveniva così la manifestazione di volontà per il passaggio proprietario a favore del comune di Gonnosfanadiga dei territori di Riu Planu Is Castangias o Perd’e Pibera.

Il Comitato di Controllo della Regione Autonoma della Sardegna e l’Assessorato agli Enti Locali esaminarono e resero esecutivo l’atto notarile, concluso a Torino e ad Aosta, appena un mese dopo, il 27 dicembre del 1962.

La Società Cogne già fin dal 20 ottobre 1952 aveva espresso all’amministrazione del Comune di Gonnosfanadiga, presieduta in quella legislatura dal sindaco comunista Salvatore Demuru (Loi Mòbas), di voler rinunciare alla concessione ministeriale del 1º dicembre 1936. Ma quest’offerta di privazione era piuttosto ambigua, perché la Cogne non intendeva cedere né rinunciare alle pertinenze e ai caseggiati della miniera che aveva costruito con le sue risorse.

Frattanto, anche l’Assessorato all’Industria e Commercio della Regione Autonoma della Sardegna, col decreto numero 113/3674 aveva accettato, in data 9 maggio 1954, la richiesta di rinuncia della miniera da parte della Cogne. Ma non si era pronunciato sulle pertinenze della Miniera né in sede d’emissione del decreto per l’accettazione di rinuncia, né come risposta alle insistenti richieste della Cogne, concernenti lo scorporo del diritto di proprietà dagli immobili costruiti dalla stessa Cogne dal diritto di proprietà del suolo cui intendeva rinunciare in modo anticipato rispetto al decreto di concessione ministeriale del 1936, che sarebbe scaduto soltanto nel 1966. La vicenda continuò a trascinarsi per anni su quest’aspetto del diritto proprietario. Fu solo nel 1959 che il sindaco Oreste Cadeddu risollevò con forza il problema. Con la delibera nº. 9 del 7 febbraio 1959, che fu approvata dall’intero Consiglio comunale di Gonnosfanadiga, l’Amministrazione decideva e s’impegnava ad acquistare tutto il patrimonio, caseggiati compresi, dell’ex miniera Cogne.

In questa stessa delibera il Consiglio Comunale disegnava e abbozzava il futuro assetto ed il nuovo destino del territorio di Perd’e Pibera, ponendo in evidenza «l’alto fine sociale ed economico per il progresso civile della popolazione».

Gli intenti immediati erano quelli di istituire «Cantieri di rimboschimento a sollievo della disoccupazione e ad incremento della silvicoltura; la sistemazione dei fabbricati esistenti per adibirli a Colonie assistenziali e a decorosi ambienti turistici».

Le autorizzazioni all’acquisto, in virtù delle quali il Comune di Gonnosfanadiga concludeva l’atto notarile, sono contenute in diverse delibere del Consiglio. Quella più importante è accolta nella delibera nº. 9 del 7 febbraio 1959, approvata in seguito dalla Giunta provinciale amministrativa della Prefettura di Cagliari l’8 marzo 1960. Vi è poi la delibera nº. 2 del 7 maggio 1960, che precisa ulteriormente le linee d’azione dell’Amministrazione nei riguardi della Cogne. Infine, è importante, come decisione formale e finale, il decreto del Prefetto della provincia di Cagliari del 1º ottobre 1962, che fu rilasciato alla Cogne dal segretario comunale signor Manca in data 20 novembre 1962, come atto di solenne impegno da parte del comune per l’acquisto di Perd’e Pibera, che sarebbe terminato a Torino sette giorni dopo.

Tutte queste decisioni furono la premessa di successivi scontri tra i consiglieri della maggioranza, presieduta dal sindaco Cadeddu, e l’opposizione socialcomunista, di minoranza, che, troppo spesso, andò in eccessi verbali e in accuse senza fondamento, rimproverando persino al sindaco Oreste Cadeddu di avvantaggiarsi e di sfruttare le casse del Comune per le spese di vitto e d’alloggio sostenute per se stesso e per chi, in quei tre giorni di permanenza, l’accompagnava a Torino a portare a compimento la vicenda di Perd’e Pibera. Mi ha comunicato queste notizie la cortesissima signora Maria Meloni, vedova d’Oreste Cadeddu, la quale mi racconta, e aggiunge, come spesso il marito, in famiglia, si amareggiava e si sfogava. Si rattristava per questa vicenda e per l’incomprensione, tanto da indurlo a rifondere di tasca propria, infine, l’intera somma sostenuta a Torino per conto dell’Amministrazione stessa.

6 - La crisi dell’estrazione mineraria e la conclusione dell’attività a Perd’e Pibera

I buoni incrementi produttivi che si manifestarono con l’applicazione dell’autarchia, furono bruscamente interrotti dall’ingresso in guerra dell’Italia nel 1940. I problemi principali furono gli stessi del precedente conflitto: vennero a mancare i ricambi o i semplici materiali d’usura, ed i combustibili subirono un rigoroso razionamento. Ad aggravare la situazione contribuirono i rischiosi collegamenti con i porti della penisola, attraverso un mare dominato dalle forze aeronavali inglesi e americane. A differenza della sorte toccata agli importanti poli industriali dell’Italia centrale e settentrionale, gli unici agglomerati produttivi dell’isola, rappresentati dai centri minerari, dalla fonderia di San Gavino e dagli scali marittimi, furono solo marginalmente colpiti dai bombardamenti alleati. Si ebbero tuttavia anni durissimi, durante i quali la produzione estrattiva fu rivolta verso gli usi bellici. Di fatto, essa si arrestò completamente nel 1943, per riprendere tra mille difficoltà solo nel 1946. Ma il motivo per cui andò in crisi la miniera di Perd’e Pibera non fu solo dovuto alle difficoltà create dalla guerra e dal regime autarchico che impose l’isolamento commerciale dell’Italia in campo mondiale. Il mercato fu anche invaso da questa preziosa e particolare produzione, in seguito alla scoperta dei grandi giacimenti a cielo aperto messi in luce nell’Australia e al conseguente crollo dei prezzi a livello mondiale, e concorrenziali nel mercato europeo.  Inoltre, la guerra portò al calo della domanda di molibdenite. Le difficoltà dovute al logoramento delle macchine e la perdita delle nuove, ordinate e affondate dalle navi da guerra della marina inglese, costrinsero la Cogne a rivedere e a ristrutturare interamente tutta la sua politica mineraria, col rinunciare innanzitutto ai suoi interessi in Sardegna.  Dall’anno dell’armistizio fino al 1952 la società non eseguì più nessun lavoro, e si preparò alla riconversione delle sue attività in Sardegna. Si aggiunga a questo la gran paura per l’ondata di scioperi che interessò allora, e scosse profondamente, con momenti di gran tensione e asprezza, persino con fatti di sangue, tutto il comprensorio minerario e anche il comparto di Gonnos. Lo stesso Consiglio comunale di Gonnosfanadiga, governato dal sindaco Salvatore Demuru, che presiedeva una giunta di sinistra, in un O.d.G. accusò la Cogne di voler abbandonare la miniera al suo destino, nonostante i contributi ricevuti dal governo regionale. A nulla valsero però gli Ordini del Giorno, le prese di posizioni ufficiali dei settori minerari, dei sindacati e dei consigli minerari e comunali della zona. Nell’ottobre del 1952 – come abbiamo già visto nella puntata precedente - la Cogne chiese la rinuncia della concessione, alla quale seguì un controverso parere favorevole da parte del Corpo delle Miniere. Con rassegnazione si studiò la trasformazione dell’impianto per trattare le bariti e le fluoriti estratte dalla miniera di Sardara.  Per qualche tempo i camion trasportarono i minerali da Sardara verso gli impianti di Perd’e Pibera. Ma l’invecchiamento dell’impianto di laveria, e, soprattutto, la fanghiglia gialla e rossiccia, sollevò gravi problemi di inquinamento del Rio Piras, il cui letto, almeno per un decennio, conservò le tracce dei fanghi rossi della lavorazione nell’impianto della flottazione e nell’alveo del fiume. Il parere contrario degli agricoltori e degli allevatori, che dall’inquinamento del corso d’acqua temevano derivasse un grave danno per la loro occupazione, fece abbandonare definitivamente l’attività e il progetto di riconversione. Chiusa per sempre l’attività lavorativa, i macchinari furono smantellati. I pochi edifici creati dalla Cogne negli anni Trenta, al centro dei quali si trova l’impianto di flottazione, furono privati di tutti i loro macchinari in seguito alla chiusura delle attività.

Si trovano oggi immersi in una piacevole oasi naturalistica. Il parco comunale di Perd’e Pibera è compreso ora nel Parco Regionale del Monte Linas previsto dal dispositivo legislativo del giugno 1989. Per qualche tempo un piccolo imprenditore di Gonnos pensò pure di sfruttare la buona qualità dell’acqua che usciva copiosa dalle gallerie, attraverso un progetto per l’imbottigliamento, senza che ciò potesse in seguito concretarsi.

Ogni tentativo di rianimare l’attività fallì. Alla fine degli anni Settanta i terreni e gli immobili del villaggio, di cui ormai disponeva pienamente l’amministrazione comunale di Gonnosfanadiga, furono coinvolti nei diversi progetti di riconversione e progettazione. I lavori di ristrutturazione iniziarono diversi anni dopo. Ma nel frattempo il comune, in accordo con l’Azienda Foreste Demaniali, predispose una serie d’interventi mirati al recupero del manto boschivo, compromesso in alcuni punti dalla presenza di discariche, scavi e accumuli di fanghi di lavorazione. Furono alberati numerosi piazzali, con diverse specie arboree, come le caducifoglie. Furono inoltre migliorate le difese idrauliche e creati punti pic-nic. Infine, a distanza di molti decenni, l’Amministrazione comunale decise di ripristinare il villaggio. Cominciò, secondo la volontà del sindaco Cadeddu, curan­do il poco verde, e varando un interessante progetto, il primo nel suo genere in Sardegna ad aver trovato attuazione, anche se parziale, e mirato al riutilizzo della laveria e degli altri edifici. Ma questa è storia recente, che tutti conosciamo. E’ cominciata dunque per questa località una nuova storia. Oggi si continua con il progetto delle “Terre Alte”, di cui l’anno scorso abbiamo scritto più volte. Altri, però, ne parleranno. E racconteranno ancora dei “segni” e delle testimonianze che gli uomini lasciano nel territorio.

INDICE E SOMMARIO

PERD'E PIBERA 1
BREVE STORIA DELLA MINIERA 1
1 - LE ORIGINI 2
2 - LA FASE TRANSITORIA DAL 1870 AL 1918 6
3 - LA FASE DELL'INCERTEZZA E DELL'AVVèŒO TRA IL 1918 E IL 1936 10
4 - LA SOCIETè€ â€œCOGNE” TRA IL 1936 E IL 1952 14
5 - LA LUNGA TRATTATTIVA DEL COMUNE DI GONNOS CON LA SOCIETè€ â€œCOGNE” TRA IL 1952 E IL 1962 18
6 - LA CRISI DELL'ESTRAZIONE MINERARIA E LA CONCLUSIONE DELL'ATTIVITè€ A PERD'E PIBERA 22
INDICE E SOMMARIO 26