Stemma Gonnosfanadiga

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Gli abiti

Un artigiano molto importante era il sarto, confezionava esclusivamente i costumi maschili che si notavano per la totale mancanza di ornamenti e per i colori che erano il bianco e il nero ed era identico sia per l'uomo abbiente che per quello nullatenente. L'abito era costituito da una camicia e un pantalone di lino bianco, una giacca, un panciotto, il gonnellino, le ghette e la “barritta” in orbace nero. Questo vestito fu usato fino al 1880-90, quando i più giovani cominciarono a farsi confezionare il “vestito alla moda” trovandolo pratico; solo i vecchi lo indossarono fino alla morte, tanto che intorno al 1930 lo si poteva vedere in qualche rara occasione.

L'abito della donna era ancora più economico in quanto le fibre, i tessuti e la realizzazione avvenivano in casa; era composto da una gonna in lino molto spessa e piuttosto lunga in modo da coprire i piedi quasi sempre scalzi, una camicia sempre in lino un po' meno grezzo, un corsetto che fascia il seno e la parte superiore del dorso, un grande fazzoletto anch'esso in lino che passava attorno al collo le cui punte erano infilate in vita dentro la gonna, un fazzoletto (sciallinu) in testa, per finire uno scialle che era uguale a un tappeto di quelli usato per coprire i tavoli (coribangu). A volte per adornare si utilizzava qualche oggetto in oro, soprattutto gli orecchini di corallo con una montatura d'oro (Arraccadas).

L'abbigliamento dei ragazzi era simile a quello degli adulti; i bambini, sia i maschi che le femmine, fino all'età di sei venivano vestiti nello stesso modo, con una lunga veste (camisa) di lino che arrivava fino alle caviglie e quasi sempre senza nient'altro addosso; inoltre ai maschietti se avevano i capelli lunghi li si raccoglieva in una lunga treccia.

Come si è visto alcuni dei componenti degli abiti sono in lino: naturalmente questi non sono gli unici prodotti, infatti si tessevano asciugamani, tovaglioli (trattabucus), sacchi per il raccolto (saccus de arxiobra), copriletto molto grosso con preziosi disegni e anche altri articoli del corredo. La coltivazione del lino è molto diffusa e consentiva di evitare tutte le spese del vestiario. Fino al raccolto si occupa della piantagione l'uomo, dopo di che saranno le donne che procederanno al lavoro per ottenere il prodotto finito. Si legavano dei manipoli di una certa grandezza che si immergevano nelle acque del torrente alla fine della primavera lasciandoli macerare per qualche giorno, sopra ognuno c'era un sasso che impediva alla corrente di trascinarli via, ultimata la macerazione le fibre venivano fatte asciugare e poi le si pestava con utensile (Orgunu) fabbricato apposta dal falegname, che eliminava le parti legnose dopo di che si procede alla filatura utilizzando la conocchia e il fuso.